
Quando si parla di big data, molti allenatori pensano a qualcosa di lontano: roba da grandi club, da software costosi, da analisti con tre lauree. Io la vedo in modo completamente diverso. Ho completato un master in Big Data in America e li ho usati con la nazionale norvegese. Ma la cosa che mi interessa davvero è che i dati sono uno strumento concreto, alla portata di chiunque abbia passione, e possono cambiare il modo in cui alleni.
Una cosa la dico subito: i dati non sostituiranno mai l’esperienza e l’istinto dell’allenatore. Ti rendono più preciso, più efficace. Ti permettono di vedere quello che l’occhio, da solo, non coglie.
Parto da un’immagine che mi viene sempre in mente pensando a mio figlio e ai suoi Lego. Hai davanti un miliardo di pezzi tutti diversi e vuoi costruire una bella casa. Cosa fai per prima cosa? Li ordini. Poi ti accorgi che sono troppi: per fare una casa non usi un milione di pezzi. Allora li snellisci, tieni solo quelli che servono. Solo a quel punto sei pronto a costruire.
Con i dati funziona allo stesso modo. I dati grezzi sono disordinati. Prima vanno puliti e messi al loro posto, divisi per competenze e aree. Poi vanno snelliti. Solo dopo puoi cominciare a lavorarli. Chi salta questi due passaggi si ritrova sommerso da numeri che non dicono niente.
Quando vi mostro le mie analisi, ricordatevi che dietro c’è proprio questo lavoro: per ogni dato che ho tenuto, ne ho eliminati moltissimi altri.
Senza giocatori non vinci. Sembra banale, ma è il punto di partenza di tutto. Il tuo compito è ottimizzare quelli che hai e farli rendere al massimo. Se pensi di non avere i migliori, guarda Moneyball: con i giocatori giusti, letti nel modo giusto, puoi competere anche contro chi ha più risorse.
Qui i big data diventano un’arma fondamentale. Oggi giubbotti GPS e accelerometri costano pochissimo, non sono più un lusso da grande club. Esistono maglie con la tasca apposita per inserire i dispositivi. Serve solo un po’ di ricerca fatta bene.
Con questi strumenti misuri quanti metri ha percorso un giocatore in sprint ad alta intensità e quanti cambi di direzione ha fatto, che nel futsal sono decisivi. Vedi anche il suo picco di frequenza cardiaca e per quanto tempo l’ha mantenuto. Questi non sono semplici numeri: sono segnali d’allarme. Analizzati nel tempo, permettono a preparatori e medici di individuare affaticamento e sovraccarico muscolare prima che il giocatore stesso se ne accorga.
Lavorando in modo scientifico, le società di alto livello, nel calcio come nel futsal, possono arrivare a ridurre il rischio di infortuni del 15%. In pratica significa avere un giocatore in meno fuori durante la stagione. Pensate a un club che paga un giocatore 2 milioni e fate il conto di quanto risparmia in un anno. E la squadra resta più competitiva, perché ti mancano meno uomini.
Dobbiamo passare da una gestione basata sull’intuizione, il classico “io me ne rendo conto”, a una strategia guidata dai dati: “oggi lo vedo”. La salute del giocatore non è solo una questione etica. È un fattore decisivo per il successo sportivo ed economico del club. Ve lo dico anche in modo pratico: se fate risparmiare soldi alla vostra società, sarà molto più propensa a investire su di voi e sulle attività che vi servono.
Tra le metriche tattiche ci sono passaggi completati, tiri in porta, tiri fuori dallo specchio e gol previsti, gli expected goal. Su questi voglio essere chiarissimo, perché è un concetto che dovete capire bene.
L’expected goal misura la probabilità che un tiro si trasformi in gol. Considera fattori come la distanza dalla porta, l’ampiezza dell’angolo di tiro, il tipo di passaggio che l’ha preceduto (per esempio un key pass) e la presenza o meno di difensori tra attaccante e porta. Prima valutavamo la forza di una squadra sui tiri fatti e sui gol segnati. Oggi gli expected goal sono l’elemento primario per capire quanto è pericolosa una squadra e se è migliorata rispetto alla stagione precedente.
Immagina due attaccanti. Il primo ha segnato 15 gol in stagione, il secondo 10. Istintivamente dici che il primo è più forte, abbiamo questa mentalità radicata. Poi guardi i dati e scopri che il primo ha un expected goal di 12, il secondo di 13.
Cosa significa? Il primo ha segnato più di quanto ci si aspettasse dalle sue occasioni: un po’ di fortuna, oppure un’abilità straordinaria nei tiri difficili. Il secondo, pur segnando meno, ha creato occasioni molto più pericolose. Nel lungo periodo è probabilmente il giocatore più affidabile, quello che genera opportunità costanti per la squadra.
Ve lo dico con una sfida: voi tenetevi quello da 15 gol, io prendo l’altro. A distanza di dieci stagioni avrò vinto io. Il lungo periodo è quello che paga sempre le statistiche. Nel breve può succedere di tutto, anche che un ultimo o un fisso ti faccia quattro gol in una partita.
Analizzando i dati in modo corretto si scoprono schemi di gioco che a occhio passano inosservati. Per esempio, puoi scoprire che la squadra avversaria, quando recupera palla nella propria metà campo, lancia l’attaccante con un filtrante nel 70% dei casi. Questa diventa un’indicazione tattica preziosa: istruisci i tuoi difensori a posizionarsi per intercettare proprio quel passaggio.
Lo stesso vale per i pattern di movimento, cioè i movimenti coordinati tra due, tre o quattro giocatori, come tre che si spostano per liberare il quarto. Se quel movimento si ripete, puoi lavorare in allenamento per contrastarlo.
Contro una squadra che fa pressing aggressivo a tutto campo, i dati ti dicono se la tua strategia funziona. Ma va verificata con allenamenti reali, ad alta intensità, con giocatori che danno il massimo. E ricordatevi sempre una cosa: l’analisi live e quella post-gara sono due mondi completamente diversi. Poi ci sono le palle inattive, un mondo intero da studiare sia per neutralizzare gli avversari, sia soprattutto per migliorare le nostre.
Una dashboard è un’interfaccia grafica che riassume i KPI, cioè gli indicatori chiave di performance, in un formato facile da leggere. Gli strumenti principali sono tre. Le mappe di calore mostrano dove un giocatore passa più tempo in campo, con le zone calde in rosso e arancione. I grafici a barre servono a confrontare al volo i giocatori, per esempio chi ha tirato di più. I grafici a linee tracciano una metrica nel tempo, come frequenza cardiaca o velocità, e mostrano l’evoluzione della fatica e i picchi di sforzo.
Questi strumenti li usano tutti. L’allenatore li usa per decidere, il giocatore per capire dove migliorare, scout e agenti per scoprire talenti, lo staff medico per monitorare la salute.
Fino a pochi anni fa nel calcio quasi tutte le squadre cercavano il gol con il cross in area. Oggi possiamo misurare quante volte quel cross diventa davvero un gol, e quante volte invece il portiere blocca la palla e fa partire il contropiede avversario.
Ottavi dei Mondiali 2018, Giappone-Belgio. Il Giappone vince 2-0 giocando un calcio bellissimo. Vertonghen riapre la partita, quattro minuti dopo Fellaini fa 2-2. Psicologicamente la gara si ribalta: il Belgio sembra Mike Tyson sul ring. Ma i giapponesi resistono fino al 94°, quando hanno un calcio d’angolo a favore.
Mettete insieme i pezzi. L’altezza media dei giapponesi non supera 1,73-1,75, quella dei belgi non scende sotto 1,84. Il Giappone era alle corde, pronto per i supplementari. In quel momento il gol non era la priorità. Eppure si sceglie di mettere la palla in area. Il Belgio riparte con una transizione perfetta e veloce, segna e passa il turno senza nemmeno giocare i supplementari. Quello sprint al 94° non nasceva dall’energia fisica. Nasceva dalla voglia di vincere, che non si compra. Ma la scelta che l’ha reso possibile era, dati alla mano, un errore incredibile per uno staff di quel livello.
La prima analisi che faccio sempre, spesso anche live con collaboratori bravi a starmi dietro, è quella dei quartetti. Ogni volta che cambia anche un solo giocatore, il minutaggio riparte da zero. Così vedi quanto ha giocato ogni combinazione e cosa ha prodotto in attacco e in difesa. È il modo migliore per capire il feeling tra quattro giocatori.
Un esempio è la gara vinta a Skopje contro la Macedonia del Nord. Gol a sette minuti dalla fine, poi resistenza anche contro il portiere di movimento: 2-1, davanti a un pubblico incredibile. Era una partita perfetta da analizzare, perché i miei giocatori avevano dato tutto.
Poi scendo nel dettaglio. Prima guardo i dati collettivi: tiri per tempo, possesso, duelli e contrasti vinti per zona. Poi la distribuzione dei passaggi tra i miei giocatori, che rivela coppie con un’intesa speciale, anche quando non giocano sempre nello stesso quartetto. Infine le zone di tiro per giocatore e le schede individuali. Lì ho trovato profili molto diversi: chi perde tanti palloni ma ha un volume di movimento enorme, il difensore solido con un ottimo tiro, il talento che calcia poco ma è un assist man eccezionale. Spesso le zone in cui un giocatore incide non coincidono con il suo ruolo. A volte va cambiato, almeno in certi quartetti.
Non fate copia e incolla dei miei dati. Il mio obiettivo è farvi capire il meccanismo, non darvi una ricetta. Mi piace l’approccio di chi vuole comprendere il perché delle cose, perché è da lì che nasce una strategia davvero vostra.
Il mio primo titolo italiano con la rappresentativa del Lazio è arrivato dopo due finali perse. Contro il Veneto abbiamo perso quasi tutte le statistiche: possesso, uno contro uno, duelli, passaggi. Tranne una: le palle inattive. Avevamo portato la nostra efficacia da una media del 25-27% a livelli altissimi. Avevamo studiato cinque gare dei nostri avversari, conoscevamo perfino i falli che commettevano. Gol da palla inattiva, gol in transizione, gol con il portiere di movimento: finì 6-3.
Non conta il livello a cui alleni. Contano i risultati che ottieni a quel livello grazie al tuo lavoro.
I big data non sono una moda e non risolvono i problemi da soli, così come l’intelligenza artificiale. Ma se li usi bene diventi un allenatore di un’altra categoria. Questo te lo metto per iscritto.
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