
Lo dico subito: le palle inattive non sono momenti morti. Sono occasioni da gol e sono il modo per controllare il ritmo di una partita. Chi continua a considerarle una pausa tra un’azione e l’altra sta lasciando punti sul campo, ogni settimana.
Una lezione o un articolo servono a gettare le basi. Le palle inattive vanno specializzate e approfondite, e richiedono tempo e dedizione, tanto più man mano che alzate l’asticella. Partiamo però dal perché, perché senza il perché nessuno ci dedica le ore che servono.
Nel futsal un gol su tre nasce da una situazione di palla inattiva. Le grandi scuole, Spagna, Portogallo e Brasile, superano anche il 35%. Non è un caso: lì la cultura del futsal è altissima e su questo aspetto sono già diversi passi avanti rispetto al resto del mondo.
Altri numeri che vi faccio riflettere. Ai Mondiali di futsal 2021 oltre il 30% dei gol è arrivato da palla inattiva. In UEFA Futsal Champions League le squadre vincenti segnano tra il 28 e il 35% delle reti da calcio piazzato. La Spagna Under 19, nell’ultima competizione giovanile, ha segnato il 40% dei gol su palla inattiva.
Sono numeri mostruosi. Non parliamo di un dettaglio che incide per il 5 o l’8%: parliamo del 30% del vostro potenziale offensivo. Se non ci lavorate, ci rinunciate. Per un allenatore è improponibile.
Pensate al basket o al football americano: sport a tempo effettivo, dove la palla inattiva ha un peso enorme. Il futsal ha la stessa natura, ma secondo me non ha ancora espresso tutto il suo potenziale su questo terreno. Nei prossimi anni ci sarà un’evoluzione enorme. Chi lo capisce prima si troverà già al secondo, terzo, quarto step quando gli altri cominceranno appena a studiare. E nelle partite equilibrate, soprattutto nei tornei internazionali dove tutto si livella, la differenza la fa proprio la palla inattiva.
La palla inattiva è un’azione studiata: ogni movimento è scritto prima. Poi una parte resta alla lettura veloce del gioco, certo, ma la grande maggioranza è organizzata in anticipo.
Chi batte deve comunicare in modo chiaro e in anticipo. Andare sull’angolo, fare “due” con le dita e girarsi non basta. Vedo questa scena anche in ambienti altamente professionali: si prende il pallone, si chiama lo schema in quel momento, e intanto nessuno è pronto. Quando il pallone è a terra, tutti devono già essere al loro posto. Tutti significa tre, quattro giocatori, portiere compreso. Devono aver capito che cosa è stato chiamato e devono avere il tempo di sistemarsi.
Ognuno deve sapere esattamente cosa fare: chi è il più offensivo, chi fa il blocco, chi pensa alla copertura, chi alla seconda copertura. Avete un mancino in campo? Se la palla viene calciata da una posizione in cui si prevede il lancio lungo di destro, il mancino non deve stare lì. Deve andare nel blocco, in posizione offensiva o in copertura. Sembra un dettaglio, ma è determinante.
Spiegare dove va la palla, chi conclude, chi blocca e come gira la squadra non basta. Il tempo di ogni singola giocata deve essere omogeneo e uniforme. Dal momento in cui la palla parte, il movimento deve essere fluido. Io penso sempre a un’orchestra che suona la stessa sinfonia nello stesso istante: non ci possono essere note stonate.
Poi c’è il campo. Calci la palla e l’arbitro la devia: succede. L’obiettivo è codificare all’estremo, ma servono anche lettura veloce e un background ampio per risolvere le situazioni che non avevi previsto.
Una palla inattiva funziona quando è organizzata, credibile, tempestiva e tecnica.
Organizzata: tempi, posizioni e piedi, tutto preciso.
Credibile: se su una punizione metto due giocatori sul pallone, l’avversario non deve capire chi tira. Se uno si mette pronto al tiro, due metri prima, in posizione di calcio, l’avversario deve crederci. Magari poi batte l’altro, ma intanto ho costruito qualcosa di credibile.
Tempestiva: se perdi una frazione di secondo, la giocata non esiste più. Il ritmo deve essere quello.
Tecnica: senza i piedi puoi disegnare qualsiasi cosa, ma non ti riuscirà nulla. E la tecnica dipende dal background che hai costruito nel tempo che hai avuto a disposizione.
Le condizioni devono esserci tutte e quattro. Ne salta una, salta la palla inattiva. Per questo tanti allenatori mi dicono “la mia squadra non è adatta alle palle inattive”. Non è vero. Tutti sono bravi a fare le palle inattive: dipende da cosa fai e da come lo fai.
L’asticella si alza quando la squadra risponde. Se la tua squadra è di livello basso, devi proporre soluzioni che quei giocatori possano realizzare. Non posso inventarmi una palla lunga al volo con l’uomo sul secondo palo che colpisce di testa, se nessuno è in grado di farlo.
Non scegliete uno schema perché vi piace quello che avete visto. Sceglietelo perché va bene sulla vostra squadra. Non sapete se funziona? Provatelo: basta un’ora di allenamento per capirlo. E se dopo un’ora ancora non lo capite, probabilmente state allenando una categoria superiore alla vostra competenza. Allora ci vuole umiltà: scendete, fate l’assistente, studiate le dinamiche. Partire dal basso non ha niente di male, quasi tutti siamo partiti da lì.
Questa è una mia idea, quindi non prendetela al 100%. Non mi piace difendere a uomo e non mi piace difendere a zona. Mi piace difendere a uomo dentro spazi ben definiti: delineata la zona, l’uomo che ci entra è tuo. A seconda della situazione decido chi va a uomo secco e chi sta a zona pura, con combinazioni come tre più uno, due più uno, due più due. Sono tutte situazioni da leggere.
Ho visto troppi autogol nati da un orientamento sbagliato, con difensori o portieri girati verso la propria porta. Ognuno deve orientarsi in base al proprio compito. Correggetelo in allenamento, sempre.
Portiere e ultimo difensore hanno la visuale migliore. Leggono la situazione, vedono subito cosa non va e fanno adeguare i compagni. Io consiglio di lasciare a loro la comunicazione.
Ormai tutti gli schemi evoluti prevedono blocchi. Si neutralizzano scivolando via, bloccando il blocco con un compagno, e a volte prendendosi il fallo quando il blocco è evidente e l’arbitro è vicino. Non va lasciato al caso: va preparato prima.
Una palla esce, un difensore va in pressione su chi la tocca fuori area, quello sposta la palla e arriva il fallo. Ragazzi, ricordatevi del quinto fallo: in questo sport i falli sono limitati. E quando recuperiamo palla non possiamo chiederci cosa farne. Il recupero deve già essere finalizzato a una transizione positiva veloce, o almeno a un riassetto rapido.
Con il corpo si chiude il cono verso la porta, e anche questo aiuta a evitare i falli stupidi. Ma vale anche per le linee di passaggio: su un angolo verso il centro, con tre linee, immaginate tre coni da neutralizzare.
La difesa perfetta si riassume in quattro parole: attenzione (guardo, comunico, evito i blocchi, non faccio falli inutili), percezione di spazio e tempo (giuste distanze, porta sempre coperta), riconquista in sicurezza e ripartenza veloce quando c’è la possibilità. Se non c’è, prima mi metto in sicurezza.
Nella lezione mostro quattro situazioni: un calcio d’angolo, un fallo laterale, una punizione centrale e la centrata. Non lo faccio per darvi ricette. Da un solo angolo si possono ricavare tre o quattro soluzioni. Con i blocchi del 3 e del 4, il passaggio rasoterra e il tiro, si attacca la seconda palla sulla ribattuta del portiere. Invertendo i blocchi si passa a una palla alta per il tiro al volo. Oppure il 2 attira l’avversario con una finta sul lungolinea e il blocco del 3 apre il corridoio per il 4.
La centrata è un esempio che pochi curano in modo asfissiante. Magari capita una volta per tempo, ma dopo un gol subito è un’occasione per rimontare subito. Richiede un sincronismo totale. Il giocatore che riceve deve già rollare il pallone in controllo per accorciare i venti metri di larghezza, e il passaggio successivo va calibrato sulla posizione del difensore avversario.
Il punto è un altro. Gli schemi di oggi tra un anno non funzioneranno più. Se guardate i video del 2020, ad alto livello non servono quasi più a niente. Quello che non verrà mai superato è la capacità di ragionare e di adattarsi velocemente. Ed è anche l’intelligenza cognitiva che chiedo ai giocatori in campo.
Vi racconto la mia esperienza perché non bisogna vergognarsi dei propri risultati. Il primo anno con la nazionale norvegese, la mia prima esperienza con una nazionale maggiore, ho fatto danni. Sulle palle inattive non superavo il 5% e perdevo le partite. Volevo fare cose che non andavano bene per quei giocatori.
Mi sono messo in discussione. Ho studiato, mi sono confrontato con allenatori nazionali di altissimo livello, ho cambiato, ho distrutto e ricostruito. Dal secondo anno la crescita è stata esponenziale, e arrivati al quarto anno eravamo tra il 30 e il 35% di gol da palla inattiva. Abbiamo vinto il girone di Nations League e perso la finalissima per un gol ai supplementari. I progetti veri non si fanno nel breve periodo.
Senza preparazione qualche palla inattiva può anche riuscire, ma l’incidenza non supererà mai il 10%. Da domani guardate ogni rimessa, ogni punizione e ogni angolo come un gol potenziale: le partite dure si vincono lì.
Se una soluzione non funziona, chiedetevi se il livello è troppo alto o troppo basso e regolate l’asticella. Usate i giocatori adatti a ciascun ruolo. Ricordate che con il tempo effettivo, su un angolo, potete anche fare un cambio e mettere in campo il quintetto giusto. Il compito che vi lascio è questo: prendete una palla inattiva che vi riesce e lavoratela su ogni dettaglio, in modo asfissiante. Poi misurate se l’incidenza cresce. Vedrete che cresce.
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