La mia carriera è cominciata in porta. Avevo 13 anni e in un villaggio sportivo c’era un campo da calcetto (allora si chiamava così) dove mancava il portiere. Nessuno ci voleva andare e mio papà mi chiese se volessi provare io. Parai tutto, tutti mi dicevano «Devi fare il portiere», e da lì è nata una passione che mi ha portato a giocare in terza, seconda, prima categoria ed eccellenza.

Poi sono arrivate le difficoltà: due infortuni al menisco a poca distanza l’uno dall’altro, la fine della scuola e la necessità di lavorare per mantenermi. Ho dovuto smettere. Quando mi sono affacciato al futsal, al Divino Amore facevo il secondo allenatore e insieme il preparatore dei portieri, perché il budget era quello che era. Avevo le competenze del portiere di calcio e pensavo che fosse tutto uguale. Non lo era. Ho scoperto le dinamiche del ruolo una alla volta, e da allora non ho mai smesso di spingere il portiere fuori dalla porta.

Venticinque anni di rivoluzione

In questi 25 anni il futsal ha vissuto un’evoluzione enorme. Il ruolo che è cambiato di più, soprattutto negli ultimi anni, è proprio quello del portiere. Prima difendeva una porta, con i guanti o senza. Oggi deve pensare anche a partecipare alle fasi di gioco.

Il power play, il portiere di movimento, le regole che cambiano. Oggi il portiere, dopo aver giocato il pallone la prima volta, per riceverlo di nuovo deve trovarsi nella metà campo avversaria. Quando la regola è arrivata, il portiere è tornato un po’ più in porta. Poi gli allenatori più audaci hanno capito che era solo un’altra opportunità. Hanno spostato il portiere in posizione laterale, dove è più facile ricevere dopo aver superato la metà campo, e hanno ricominciato a usarlo.

Oggi, nella nazionale cinese, ho due portieri che considero entrambi titolari. Zhu Bei ha quasi 35 anni e tanta esperienza internazionale: è un portiere giocatore a tutti gli effetti, forse più giocatore che portiere. Lo uso quando voglio giocare in modo propositivo e quando devo difendere in modo aggressivo. Song è invece un grandissimo portiere tra i pali, con tanto coraggio ma poche doti tecniche con i piedi. Lo metto quando mi serve affidabilità in porta. Sono arrivato a cambiare portiere più volte nella stessa partita, esattamente come cambio i giocatori, in base alle fasi di gioco.

Cosa dicono i numeri

Ho analizzato tutte le gare dell’ultima stagione di Serie A. I dati sono tanti, e la prima domanda da farsi è quali siano quelli rilevanti. A me interessa soprattutto capire in quali situazioni nascono i gol:

Transizioni: 28%. È il dato più alto, quello che domina la scena.
Portiere in attacco-difesa: circa 24%. È la somma dei gol segnati con il power play e di quelli subiti mentre lo si gioca, più o meno 12 e 12.
Palle inattive: quasi 22%. Quando arrivo in un club trovo di solito percentuali tra il 3 e il 6%.
Difesa schierata: 18,45%. Quasi il 90% di questi gol nasce dall’uomo che salta l’avversario nell’uno contro uno.

Mi fermo su quel 24%. Dice due cose. La prima: quasi un gol su quattro passa dal portiere usato come giocatore. La seconda: se fai power play e non sei efficace, rischi più di quanto guadagni. Non basta togliere il portiere e sperare. Servono sedute su sedute e una marea di dettagli.

Anche le palle inattive meritano una parentesi. Con la rappresentativa laziale Under 17 siamo partiti da un dato vicino allo zero e in pochi anni siamo arrivati oltre il 30%. Lo abbiamo fatto costruendo situazioni semplici ed efficaci, non schemi complessi che nessuno riesce a eseguire. In quattro anni abbiamo giocato quattro finali del Torneo delle Regioni e ne abbiamo vinte due consecutive. Nella terza finale, contro il Veneto, eravamo nettamente sfavoriti. Loro hanno avuto il 60% di possesso, noi meno del 40, eppure abbiamo vinto in modo netto. L’80% dei nostri gol è arrivato da palla inattiva.

Il portiere come primo costruttore di gioco

Visione e comunicazione

Insieme all’allenatore, il portiere è quello che vede meglio il gioco. Fa pochi metri rispetto ai compagni e ha una visione più statica e più aperta, con più tempo e più respiro. È da lui che ci si aspetta la comunicazione: chiamare, correggere, segnalare quello che non va.

Spesso invece il portiere parla poco. Non per timidezza, ma perché pensa a sé stesso: «Devo stare attento», e non si preoccupa di quello che succede intorno. Va spronato e stimolato. Se lo fate, diventerà il vostro migliore alleato.

Precisione nella forza

Il portiere di una volta parava, passava corto o al massimo lanciava lungo. Oggi deve fare anche key pass, cioè passaggi chiave che tagliano almeno una linea di difesa. Deve trovare in fretta la soluzione migliore e innescare ripartenze veloci a caccia del gol.

Per questo la tecnica di passaggio va allenata, corta e lunga. Va allenata soprattutto la precisione nella forza: più spingi il pallone mantenendo la precisione, più puoi salire di categoria. In Serie A devi spingerlo a mille all’ora in ogni situazione, perché il futsal di oggi chiede prima di tutto velocità. Il rilancio non è un dono innato che resta così com’è. Si allena in tutte le sue forme e su tutte le distanze.

Un’esercitazione che racchiude tutto

Campo regolare 40×20, due squadre da cinque più il portiere. In ogni metà campo ci sono due difensori e un portiere contro tre attaccanti avversari. Chi difende è quindi in inferiorità numerica. La linea di metà campo non può essere superata da nessuno.

I palloni sono tutti dentro le porte e i portieri devono giocare in fretta, corto o lungo. Il lungo conta molto, perché in partita lo useranno spesso. Non esistono angoli né rimesse laterali: quando la palla esce, il gioco riparte dalla zona più vicina al punto di uscita, quindi spesso dal portiere.

Quando la squadra domina l’esercizio, inserite una variante per uscire dalla zona di comfort. Uno dei due difensori può superare la metà campo e creare un quattro contro due, ma solo conducendo palla, senza lanci né passaggi oltre la linea. Vedrete i giocatori cercare soluzioni nuove. Qui c’è tutto quello che serve: situazione di gara, orientamento, transizione, passaggio. Per aumentare la difficoltà avete a disposizione tocchi, tempo, spazio e numero di giocatori.

Il portiere come difensore attivo

Il portiere non deve stare in porta ad aspettare un tiro da parare. Deve leggere il gioco, anticipare, decidere in fretta e partecipare sempre. Se serve, forzatelo. Ma una cosa resta ferma: moderno o no, deve saper parare. Tra un portiere moderno che non para e uno più antico ma efficace, scelgo il secondo. Reattività, uno contro uno e palle alte restano la base.

In tante mie tattiche difensive il portiere è un difensore aggiunto, anche quando resta in porta. Il rischio aumenta, quindi lo bilancio con una copertura preventiva del fixo, l’ultimo uomo. Il difensore va allenato a non giocare con l’attaccante davanti ma a tenerselo alle spalle. Così il portiere diventa l’altra metà del panino e si crea quello che chiamo effetto sandwich. L’ultimo si gira di continuo, guarda palla e uomo e comunica. Diventa più aggressivo anche in zone avanzate, mentre il portiere prende il tempo in ogni emergenza.

Prendiamo il difensore in uno contro due. Il portiere deve indicargli subito quale uomo prendere e giocare forte uomo contro uomo: forzare temporeggiando. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Forzare vuol dire mettere pressione visiva, non correre addosso a un avversario che sposta la palla e tira. Si mantiene la distanza giusta con un atteggiamento aggressivo, finché un compagno rientra.

In pressione alta, se l’avversario gioca con un pivot alto, il portiere sale a marcarlo. Insieme al difensore in anticipo lo chiude in mezzo, ancora con l’effetto sandwich.

Per allenare tutto questo uso il pressing a Y, un’uscita completamente a zona. Oggi è fuori moda, ma mi ha dato tante soddisfazioni ed è stata la mia tesi del patentino di primo livello a Coverciano. Le tre linee restano ben separate. Se gli avversari si aprono a tre, difendiamo in due: si attaccano palla e centrale e si lascia l’opposto, che viene preso dal portiere se parte. Nell’esercitazione una squadra attacca in quattro, cinque o sei. Quella che difende a Y vince se tocca il pallone con tutti e quattro i giocatori, l’altra se segna uscendo dal pressing. Per il portiere è un laboratorio continuo: difesa anticipata, posizione alta, rinvio veloce.

Power play: il rischio va calcolato

La prima domanda da farsi è quanto tempo manca e quanti gol devi recuperare. Essere sotto 3-0 a cinque minuti dalla fine non è come essere sotto di uno a un minuto e mezzo.

C’è anche un uso che pochi considerano: il portiere di movimento quando stai vincendo. Sei sopra 2-0, ti stanno schiacciando e i tuoi sono finiti fisicamente. Se il tuo portiere è sufficientemente bravo con i piedi, lo fai uscire per tenere palla. Gli avversari all’inizio si abbassano per capire cosa succede. Prima che capiscano, hai guadagnato un minuto o un minuto e mezzo, hai ripreso fiato e hai spezzato la loro pressione.

Per allenarlo uso un campo 23×20, un po’ più largo della metà campo, con una linea di metà campo arretrata. Entrambe le squadre giocano con il portiere di movimento: chi ha palla dopo un’uscita, anche dal fondo, riparte in power play. In difesa lavoro con il rombo completamente a zona, che ritengo il sistema più efficace contro qualsiasi portiere di movimento. Potete tenere il portiere in una fase, in tutte e due, oppure allenare il cambio in velocità.

La testa del portiere

A me è capitato, e credo a molti di voi: dare i primi cinque prima della partita e dimenticarsi del portiere. Poi qualcuno ti tocca la spalla: «Mister, chi gioca in porta?». È un ruolo spesso dimenticato, ed è un errore grave.

Il portiere vive soprattutto il lato negativo. Quando prendi gol, psicologicamente l’hai preso tu. Quando pari tutto, al massimo ti dicono «bravo». Serve una tenuta mentale pazzesca, e un pizzico di follia ci vuole davvero. Io per primo mi metto nel calderone.

La fiducia ha una soglia da raggiungere ma non da superare. Chi ne ha poca va alzato, chi ne ha troppa va riportato giù. Caricare tutti con «siamo i più forti» spinge oltre il limite e porta all’errore opposto. Il gruppo non sarà mai omogeneo, quindi lavorate sui singoli, anche con lo staff, senza farlo notare.

Il portiere è un leader anche senza fascia, e deve riconoscerlo. Deve conoscere gli schemi alla perfezione ed essere protagonista nei time-out. Non deve essere quello che l’allenatore non guarda negli occhi. Non sono quattro più uno: sono cinque giocatori. Allo stesso tempo deve sapere che non ha le qualità del pivot, e per questo deve giocare facile.

Il portiere giocatore si costruisce da bambino

In Brasile i portieri calciano bene perché da bambini giocano per strada come tutti gli altri. A me è successo lo stesso: con gli amici non volevo stare in porta, volevo giocare. Quella costruzione da giocatore me la sono ritrovata in porta, ed è stata una grande fortuna. Tra i 6 e i 13 anni tutti i ragazzi dovrebbero provare anche il ruolo di portiere, e i portieri dovrebbero giocare molto anche fuori dai pali.

Se avete un preparatore dei portieri, dovete comunque avere una vostra idea chiara. Magari volete una saracinesca che non si muove dai pali, un po’ come il portiere del Subbuteo. Lo rispetto. Ma trasmettete questa idea al preparatore, perché lui potrebbe andare in un’altra direzione.

Una domanda per voi

Avete almeno un dato sulla vostra categoria? Studiate regolarmente le statistiche? Come fate a sapere dove lavorare? Non dovete rispondere a me, ma a voi stessi. Se preparate solo la partita di domenica, magari ne vincete una, ma non migliorate in modo progressivo. Questo vale anche per scuole calcio e settori giovanili. Io non ho mai smesso di studiare e di confrontarmi ogni giorno con tecnici di tutto il mondo. Nessuno nasce imparato, ma tutti possiamo migliorare.

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